Gianfranco Galliani Cavenago – Ecoistituto della Valle del Ticino 

 

“QUANDO AD EMIGRARE ERAVAMO NOI”

Storie di Cuggionesi in America

Capitolo 3

  

Ma perché si emigrava? Questa, mi pare, è la domanda fondamentale che sale alle labbra di tutti noi. In breve: si emigrava per povertà e miseria estrema.

Alcuni indicatori mi sembrano eloquenti per dare la fotografia di ciò che era l’Italia subito dopo il compimento dell’unità del paese: l’Italia aveva 26 milioni di abitanti circa; era un paese eminentemente agricolo, il 70% della popolazione attiva era dedita all’agricoltura; le aspettative di vita erano molto brevi, 40 anni per gli uomini e 34 anni per le donne; la mortalità infantile era altissima, sei bambini su dieci non arrivavano ai cinque anni di età; l’analfabetismo era diffuso, il 74% della popolazione italiana era censito come analfabeta. Le condizioni di vita erano avvilenti: ambienti malsani, case povere, sovraffollate, abitate da famiglie contadine in deplorevole promiscuità con gli animali, ambienti impregnati di sostanze patogene. Ricorrenti le epidemie di vaiolo, il colera - che per tutto l’Ottocento infestò le campagne d’Italia, comprese quelle lombarde - ma soprattutto la pellagra, questo terribile flagello di cui erano affetti quasi tutti i contadini dell’alta Lombardia, oltre che del Veneto, che si cibavano prevalentemente di farina di granoturco - non che il granoturco in sé fosse un alimento malsano – e facevano il pane casalingo, pane giallo o di polenta,  con una farina spesso avariata perché il grano veniva conservato semplicemente stipandolo sotto i letti. La pellagra era determinata soprattutto dalla carenza di vitamine - la possiamo infatti annoverare fra le malattie avitaminosi - perchè mancava di una vitamina in particolare, la miacina, e tale carenza era la causa fondamentale di questo male terribile caratterizzato da un andamento ciclico: compariva, in una prima fase, con un tipico eritema desquamativo della pelle, scompariva in autunno, riappariva la primavera successiva in forme più aggravate e ricompariva ancora il terzo anno dando luogo a terribili manifestazioni di deliri, di visioni da incubo e, nello stadio estremo, conduceva alla follia. A questa malattia le più esposte e vulnerabili erano le donne.

Per dare un’idea delle dimensioni di questo terribile flagello, di cui abbiamo perso la memoria, vi basti sapere che nella seconda metà del Settecento, a Legnano, viene creato da un medico milanese, tal Gaetano Strambio, il primo pellagrosario d’Italia, che di fatto è un manicomio, perché i nostri contadini, denutriti e malnutriti, che si cibavano esclusivamente di polenta e di pane giallo di mais guasto, alla fine si ammalavano di pellagra e andavano a finire incatenati nei letti di contenzione dell’Ospedale Maggiore o dei vari pellagrosari. Sottolineo questo aspetto perché mi pare l’indicatore più eloquente dell’estrema povertà e miserabilità di cui erano affette le nostre popolazioni contadine.

 

Dal Secolo - quotidiano di Milano - 8/9 luglio 1879

“I pellagrosi”

“Erano 52, vestiti di cenci, scarni, con gli sguardi vacui dove leggevasi la pazzia e l’ebetismo. Li vedemmo ieri entrare nel nostro Spedale Maggiore. Erano i contadini pellagrosi che provenivano dai campi ubertosi di Magenta, di Meda, di Barlassina, che arricchiscono i proprietari e sui cui solchi essi muoiono di fame. I rispettivi comuni li mandarono fra noi per la cura dei bagni; le donne, creature più deboli nella campagna, sottoposte a maggiori fatiche, formano il numero maggiore  di questo triste convoglio: esse erano 30 e gli uomini 22. La loro vista incuteva a un tempo pietà e orrore, ciascuno era il vivo e doloroso esempio del pellagroso descritto da Carlo Maravalle nei suoi robusti versi:

 

Inaridito, sozzo, del color della segale

La pelle cascante a liste, screpolata e brutta,

Delle funebri rose ambe le mani

Strano il gesto, il parlar, strana la voce

Or disperato traversava siepi, strade, fossati

Or s’ascondea, piangendo,  nelle folte aree dei lontani boschi

Come del peccator langue il corpo,  Satana afferra e più non abbandona

Il maledetto mal della miseria avea ghermito un infelice

Pazzo per via, per strada s’avvolgea gridando:

“Oh mia Teresa, Oh figli miei salvatevi”

In uno spettro invisibile m’afferra,

Senza pietate e dal ritroso passo mi forza

Sei tu forse, Oh donna mia, che mi chiami a giacer  nella tua fossa

Una pioggia di lacrime incessante, lenta, sente scrosciar qui nelle orecchie

Sono infuocate lacrime di due dannate

Son le mie figliole, han fame

Ed un tozzo non ho per disfamarle”

 

Tra le tante testimonianze di queste condizioni inumane, di estrema miseria, vi sono le manifestazioni di ribellione contadina che, per tutta la seconda metà dell’Ottocento, scoppiano e divampano nei nostri paesi, nelle nostre campagne. Pensiamo, per esempio, ai moti sul macinato. Nel 1868 il parlamento italiano varava la sciagurata legge dell’imposta sul macinato - che sarebbe poi andata in vigore col 1° gennaio 1869 - che infieriva sui consumi popolari. Vi basti sapere che il contadino, che andava al mulino per far macinare il suo grano, trovava il mugnaio elevato al rango di esattore del governo, perché la legge aveva imposto che sulla macina del mulino ci fosse un contatore: tot. giri tot. imposta che il contadino doveva pagare. Potete capire l’odiosità di tale imposta che scatenò, non a caso, in alcune regioni d’Italia, e in particolar modo nel mantovano e in alcune province dell’Emilia, delle sollevazioni popolari che vennero poi represse anche nel sangue. Per la verità il disagio contadino si era manifestato addirittura nell’estate del 1860, nel bel mezzo del processo di unificazione nazionale, quando i contadini delle campagne di Rho e della provincia di Milano, ribellandosi ai padroni, gridavano: “Viva Radetzsky”, “Viva il Papa”, “Morte ai sciori”, e così via. E più ancora, tutto il decennio degli anni Ottanta, anni che peggiorano ulteriormente le condizioni di vita dei contadini, fu costellato da rivolte contadine, sempre represse sanguinosamente. Pensiamo al cosiddetto movimento della “Boje”, termine dialettale mantovano che sta ad indicare metaforicamente che “la rabbia bolle”,” la nostra rabbia è incontenibile, non ne possiamo più”. Così pure avviene nelle campagne dei nostri paesi: pensiamo alla rivolta dell’1889, in cui la parola d’ordine è “El va ‘l caldàr”.

 

Tutto questo testimonia appunto il profondo malessere e il grave disagio in cui si trovavano i nostri contadini.

Significativo a tal proposito è un documento delle autorità di governo, spaventate da queste frequentissime agitazioni contadine che avevano un carattere tumultuario, che potremmo definire di “jaquerie” perché erano un moto spontaneo, quasi istintivo, avevano cioè l’aspetto della sollevazione spontanea di chi diceva “non ne possiamo più”. Naturalmente le autorità di governo erano molto impressionate e spaventate e l’atteggiamento che in genere assunsero non fu di comprensione o di riflessione storica sul “perché?”, ma fu l’atteggiamento di chi, spaventato, pensava soltanto a reprimere queste manifestazioni.

 

 

Regia intendenza del circondario di Gallarate - Ufficio di Sicurezza Pubblica

Gallarate 29 luglio 1860

 

“Ai Signori sindaci del circondario

In alcuni comuni di questo circondario si manifestò un’agitazione fra i contadini i quali vorrebbero, col tumulto e colla violenza, imporre ai proprietari una riduzione dei fitti  delle mezzadrie ed un aumento dei salari. Qualunque possa essere la condizione economica delle classi agricole essa non vale a giustificare l’agitazione siccome, evidentemente, non ne spiegherebbe il subito destarsi in punti distanti e diversi fra loro. Il governo con attività indefessa ricercherà le nascoste cagioni di questi moti ma, con pari energia, è risoluto a reprimere e a prevenire la propagazione di un male che avrebbe necessariamente i più funesti effetti. Non è d’uopo che il sottoscritto vi dimostri, signor sindaco, l’ingiustizia delle pretese di quelli che vorrebbero con la  violenza restringere il diritto di proprietà né la lor follia nell’impiegare mezzi che avrebbero per inevitabili conseguenze di peggiorare la loro sorte. Ella farà dunque conoscere a tutti i proprietari del suo comune come il governo sia risoluto a proteggerli con tutti i mezzi dei quali dispone e non lascerà impunito qualunque attentato contro i loro diritti, nei quali vede il più solido fondamento della società e dello Stato. Simili segni dovranno essere manifestati ai contadini ai quali ella procurerà di fare intendere la immoralità delle  massime colle quali si vorrebbe fuorviarli e la spaventosa miseria che sarebbe, a loro derisione, il loro castigo. Quando poi si manifesti qualche sintomo di agitazione, ovvero si annunci un prossimo disordine o questo scoppi improvviso, ella ne riferirà allo scrivente col mezzo più spedito, indicandogli la natura del disordine, l’entità della forza necessaria a prevenirlo o a reprimerlo. Il governo dispone di forze più che sufficienti a mantenere inviolati l’ordine e il diritto di proprietà; esso ne farà uso inesorabilmente per salvare la società minacciata, la fama della patria nostra compromessa. Qualunque sia la condizione nella quale ella possa trovarsi facendo il suo dovere e conformandosi alle disposizioni ed al senso della presente circolare ella può contare sull’appoggio del sottoscritto, sulla più efficace tutela del governo.

 

L’intendente Incisa        

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