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Sulle sponde del Ticino nell’inverno del ‘43

di Nino Chiovini

 

Articolo tratto dalla rivista "Resistenza unita" Nr.1 pag.4 Gennaio 1980

Originale conservato presso la Casa della Resistenza Parco della Memoria e della Pace - Verbania Fondotoce

 

Siamo a Fondotoce in casa del partigiano Cavigioli, a un tiro di schioppo dal monumento. E’ una bella e tiepida giornata dicembrina. Avevo chiesto a Nino Garda, presidente dell’ANPI di Samarate (VA) di poter registrare alcune testimonianze che mi interessano: e venuto qui con altri quattro partigiani. Uno dei quattro è l’irruento Fagno, (1) che mi affronta subito per il modo in cui ho descritto ne “I giorni della semina” il colpo delle armi alla Isotta Fraschini di Cavaria (2), “I due ingegneri”, va cantilenando sarcastico.

I due ingegneri sono i compianti Franco Spinelli (Nemo), che nel febbraio 1945, andò a comandare la brigata “Valgrande Martire”; e Paolo Sala (Carletto) comandante della divisione “Piave”. Furono coloro che con Brambilla e Passariello, vestiti da SS, guidarono i due autocarri carichi di armi da Cavaria al comando di Pian Cavallo della “Cesare Battisti”; ma per l’esattezza l’organizzazione dell’azione e la neutralizzazione del presidio tedesco all’Isotta erano stati opera della 127° SAP al comando di Fagno. Faccio ammenda ed è armistizio.

Mentre armeggio attorno al registratore che non intende funzionare, vien fuori un’altra storia: qualche mese fa un ministro in carica aveva scritto su un suo settimanale politico un articolo rievocativo intitolato “Rischiammo la vita per salvare un comunista”.

Rilevo subito che il titolo è di cattivo gusto, ma non è quello il più scandalizzante. Il comunista salvato è qui davanti a me: ci siamo rivisti dopo 35 anni e ci siamo abbracciati con calore. E’ Andrea Macchi di Busto Arsizio. L’autore dell’articolo in questione figura nella vicenda come il protagonista mentre la sua partecipazione fu di secondo piano. Ma quello che tutti, particolarmente Fagno, amareggia è di aver scritto (sono le prime parole dell’articolo): “Ucciderlo o tentare di liberarlo. Non c’era altra scelta”; e più avanti: “Ucciderlo perché non parlasse o liberarlo con il rischio che morisse ugualmente”. I miei compagni sono disposti a passare sopra alle molte “inesattezze”, ma non ad accreditare un’immagine della resistenza in cui si potrebbe pensare che avessero cittadinanza aberranti atteggiamenti comuni alla nuova mafia, al terrorismo nostrano o a coloro che fecero sopprimere Calabresi. Altro che spirito cristiano!

In quell’inverno 1943-1944 Andrea Macchi, allora trentasettenne, era un combattente legato al gruppo facente capo ai fratelli Venegoni (3) di Legnano, che si chiamava Organizzazione Comunista Alto Milanese (4). Oltre che nel territorio di Legnano e nella città di Milano l’OCAM si era radicata tra i giovani dell’area bustese (Ferno, Verghera, Somarate, oltre che a Busto) e aveva organizzato all’indomani dell’8 settembre alcune squadre di partigiani dirette da Fagno. Vi aveva fatto parte in un primo tempo anche il Grampa di Busto Arsizio, che in seguito passò ai fascisti, facendo arrestare alcuni suoi ex compagni. I giovani partigiani chiedevano a gran voce che il Grampa fosse giustiziato. Della esecuzione si fece carico Andrea Macchi che intendeva catturare il Grampa e fargli prima vuotare il sacco sulla sorte degli arrestati.

A casa sua si presentarono in tre: appena il Grampa li vide, aprì il fuoco e colpì al ventre il Macchi che, soccorso, fu portato alla clinica del dottor Bertapelli di Busto; qui, dopo il difficile intervento i fascisti lo scoprirono e lo piantonarono. Si era nel gennaio 1944.

Fagno prese la decisione di liberarlo e ne parlò con Luciano Vignati (5) che fu d’accordo e si impegnò per la collaborazione. Quando Macchi fu in condizioni di essere trasportato, il dottor Bertapelli che finallora era riuscito a evitargli il trasferimento in carcere, avvertì Fagno.

A mezzogiorno del 7 febbraio, mescolati alla folla degli operai in uscita dalle officine Comerio, sette partigiani (6) piombarono nella clinica, disarmarono il fascista di guardia e portarono via il ferito, che avvolto nelle coperte e in un materasso, fu caricato su un triciclo. Portato fino ai Tre Ponti, venne trasbordato su un’automobile su cui aveva preso posto l’autore del famigerato articolo e portato provvisoriamente al sicuro.    

Qui fu curato e alla fine di aprile fu accompagnato, via Laveno, a Ungiasca (sopra Intra). Noi della Volante fummo incaricati di procurargli un alloggio. Trovammo due camere nella deserta frazione della Nava, in cui avevamo la nostra base. Fu così che ci conoscemmo.

La discussione ora si fa più accesa sul tipo di dissenso dell’OCAM nei riguardi del PCI e del CLN. Dal quadro che si delinea, sembra più verbale che effettiva, più retaggio e vizio di origine che applicazione di una diversa linea: perché un certo grado di collaborazione con le altre forze politiche non di sinistra era evidente: i rapporti con Vignati, la presenza di Macchi nel CLN di Busto in cui i d.c. avevano la preminenza, i contatti tra i medesimi Venegoni e il CLN di Busto, come vedremo.

Non mi risulta che la vicenda di questa organizzazione abbia avuto adeguata attenzione e sia stata studiata a fondo. A me pare che essa abbia avuto il merito di organizzare per prima – per molto tempo fu la sola – la resistenza nel triangolo Legnano-Busto-Gallarate, con quei gruppi combattenti di cui si diceva e che nel luglio 1944 divennero la 127° brigata Garibaldi SAP: ebbe il merito di collegarsi con i vecchi militanti comunisti, talvolta anche con punte polemiche, rivitalizzando il tessuto della costituita organizzazione comunista ufficiale alla sua confluenza nel PCI (fine maggio 1944). La 1° brigata lombarda della montagna, creata con i quadri della 127° SAP nel settembre 1944, si garantì la propria sopravvivenza ampliando il campo d’azione al di là del Ticino a ridosso delle colline del Vergante e dell’est Sesia, accanto alle brigate garibaldine della Valsesia, fino alla liberazione. Le rapide e fruttuose scorrerie di questa brigata nel gallaratese furono una pagina originale nella concezione –valsesiana- della guerriglia.

E qui, vociando, discutendo, chiedendo e chiarendo, scopro comuni conoscenze, erano coloro che da Legnano, attraverso il CLN di Busto, guidavano i giovani alle formazioni Cesare Battisti e particolarmente al Pian Cavallone, presso quella che divenne la Giovine Italia. E tornano alla luce alcuni negletti e interessanti aspetti di quelle vicende. Scopro che nella primavera del 1944 c’era una vera e propria osmosi tra i gruppi armati di Fagno e il Valdossola di Superti. Infatti i presenti Garla, Bossi e Zocchi – ma sono decine, alcuni dei quali caduti nel giugno – si fecero quel rastrellamento con il Valdossola.

In questo momento entra a salutare i suoi compagni il Quarantatre, giusto in tempo, dopo aver orecchiato l’argomento, per ricordare quel 15 giugno sotto l’Alpe Busarasca e l’impegno che in tali drammatiche circostanze avevano preso il Garda, Scalabrino (fucilato otto giorni dopo a Finero) e lui stesso: chi si fosse salvato avrebbe cercato di liquidare il Grampa responsabile di tante malefatte.

Rilevo in tutta la sua ampiezza i legami tra le formazioni del Verbano e dell’Ossola  con la Lombardia, in particolare con l’alto Milanese. Non per nulla il comando generale del CVL fece dipendere la Zona Militare Ossola (e la Zona Valsesia) da Milano, anziché dal comando militare piemontese. Non per niente il Monte Rosa e non solo lui è sceso a Milano: e non è campanilismo ottuso, ma espressione di secolari esigenze e legami, dire che l’Alto Novarese e oltre sono il retroterra lombardo in Piemonte.

Con alcuni dati in mio possesso ho preparato uno specchietto (7) in cui sono riportate le provenienze territoriali e le professioni dei partigiani delle formazioni Giovine Italia e Cesare Battisti, affluiti tra l’ottobre 1943 e il maggio 1944; vi si rileva che le provenienze dalla Lombardia sono rispettivamente del 53% e 46% contro il 29% e 43% delle presenze altonovaresi. Emergono altre due indicazioni legate tra di esse: nella Cesare Battisti il rapporto Varese-Milano è a favore di Varese, mentre nella Giovine Italia è rovesciato nettamente; si noti anche la maggior percentuale di operai nella G.I. a cui corrisponde una minor quota di studenti  rispetto alla C.B. A mio avviso a questi risultati aveva portato una precisa scelta di Luciano Vignati che – mi accorsi parecchi anni dopo e ne rintracciai le prove – nella primavera del 1944 collocava di preferenza i provenienti da Legnano o i giovani di estrazione operaia al Pian Cavallone (G.I.), a quel tempo in odore di comunismo. I provenienti da Busto in genere e comunque gli studenti venivano indirizzati alla C.B. che sperava – sbagliandosi – di potere condizionare politicamente. Con ciò non intendo misconoscere le capacità e i meriti di Vignati che, se è vero che per le sue convinzioni era portato a ergere barricate contro tutto ciò che si ammantava di rosso nonché di rosa sia pur tenue, rimane sempre il dirigente di primo piano della resistenza bustese, che non ha bisogno di raccontar fole per ribadire il prestigio che si è conquistato in quei difficili giorni.

Si sta facendo buio e la discussione è ancora accesa e feconda: non è come spesso accade la solita sequela dei “Ti ricordi?” e di reciproci elogi, ma lo scavare nel vivo di quel tempo e le vicende a esso legate, per acquisire più corrette visioni d’insieme, per attrezzarci di più, per meglio capire quel che avviene oggi, per andare avanti, insomma. Ci salutiamo con la coscienza che c’è ancora molto da porre a confronto; non ho avuto tutte le informazioni che attendevo, ma ne ho avute altre insospettate. Soprattutto mi ha posto in condizioni di farmi altri interrogativi a cui chissà se sarò in grado di dare adeguata risposta. Forse la medesima cosa pensano i miei compagni che nel buio stanno correndo verso la pianura lombarda.  

 

 

(1)   Fagno è Antonio Jelmini di Ferno (VA), nato nel 1915, operaio. Organizzatore delle prime squadre partigiane del Bustese che a luglio diventarono la 127° brigata Garibaldi SAP di cui Fagno fu vice comandante. Nel settembre 1944, con i quadri e parte degli effettivi della 127° va a costituire nell’Est Ticino la prima brigata lombarda della montagna da lui comandata, che agisce ai due lati del fiume a ridosso del lago Maggiore. Notevole il disarmo di una compagnia del genio pontieri repubblichini a Somma Lombardo il 1° febbraio 1945 e la partecipazione alla battaglia di Arona il 14 aprile 1945. (Vedi P. Secchia e V. Moscatelli Il Monte Rosa è sceso a Milano, Torino, 1958, pagg. 514, 583, 584; e la Resistenza Gallaratese, a cura del CLN di Gallarate, pagg. 24-30)

(2)   Il bottino di quell’azione, che venne ripartito tra le formazioni del Verbano (Cesare Battisti, Valgrande Martire e Giuseppe Perotti), fu di 2 autocarri, 7 mitragliere da 20 mm, 5 da 7,7, due mitra, munizioni, 400 litri di carburante e altro materiale bellico. La azione è descritta anche in La Resistenza Gallaratese, pagg. 21-22, con l’errata data di fine aprile, anziché del 1° agosto 1944.

(3)   Sono i fratelli Mauro, Carlo, Guido e Pierino Venegoni, di famiglia operaia. Il primo Mauro, nato nel 1903, a 15 anni aderisce alla Federazione giovanile socialista: operaio alla Franco Tosi di Legnano e alla Caproni, sindacalista, aderisce al PCd’I. Condannato a 2 anni dal tribunale speciale nel 1927 (scontati), ripara in Francia e in URSS. Nel 1932 è in Italia di nuovo; arrestato è condannato ad altri 5 anni. Scontata la pena, nel 1940 viene inviato al confine alle Tremiti da dove torna nell’agosto del 1943 per riprendere il suo posto. Catturato nell’ottobre 1944, dopo orrende torture viene ucciso e lasciato nella brughiera di Gallarate. Alla memoria è stato insignito della medaglia d’oro al v.m. Il fratello Guido è attualmente senatore per il PCI. Anche Carlo fu parlamentare del PCI.

(4)   La creazione dell’Organizzazione Comunista Alto Milanese (da non confondere con l’organizzazione Stella Rossa, con cui non aveva contatti) risulta risalire al 1939? Sembra collegarsi al dissenso di Bordiga rispetto alla direzione gramsciana, nel momento in cui viene censurato (1926) dall’Internazionale Comunista a Mosca. E’ un disaccordo che ha punti di contatto con quello di Trotskij. Nel tempo la posizione dell’OCAM (che ha una sede clandestina a Milano e stampa alla macchia un foglio, “Il lavoratore”) che fa perno sull’intransigenza e sulla purezza ideologica, in contrasto con il realismo del PCI dei fronti popolari prima, dell’unità antifascista poi, si attenua. E un dissenso che man mano procede la guerra di liberazione, si stempera di fronte alle convincenti ragioni di una politica unitaria e di una pratica di lotta che di fatto annulla le differenze. Ufficialmente la confluenza nel PCI (forse anche bruscamente sollecitata) viene sancita in un incontro a Milano il 27 o 28 maggio 1944.

(5)   Luciano Vignati era il maggior esponente d.c. di Busto Arsizio durante la resistenza. Dalla fondazione membro del CLN della città, curò personalmente i contatti con le formazioni partigiane dell’Alto Novarese, e nell’ordine la futura Giovine Italia, la Cesare Battisti, il Valdossola, la Beltrami, la Valtoce. Costantemente su posizioni anticomuniste, ebbe gran parte nella costituzione del Raggruppamento Alfredo Di Dio. Durante l’insurrezione diresse la liberazione di Busto Arsizio di cui fu il comandante di piazza.

(6)   I 6 partigiani partecipanti alla liberazione di Andrea Macchi erano Fagno di Ferno, Luciano Bossi, Ambrogio Zocchi, Bruno Zocchi, (che cadde in Val Grande nel giugno 1944). Gaetano Ricci (fucilato a Finero il 23-6-1944), Bruno Re, tutti di Samarate.

(7)   Partigiani delle formazioni Giovine Italia e Cesare Battisti tra l’ottobre 1943 e il maggio 1944. 

 

Nino Chiovini

 

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