La grande depressione e i primi esodi migratori 

Le mete dei cuggionesi in America

 

di Gianfranco Galliani Cavenago (*)

 

 

 

 

 

 

Il 4 giugno 1898 il sindaco di Cuggiono, Luigi Bossi, inviava al sottoprefetto di Abbiategrasso una circostanziata relazione riservata in cui metteva in risalto le caratteristiche economiche e sociali del borgo da lui amministrato. Erano i giorni in cui vigeva ancora in tutta la provincia di Milano lo stato d’assedio decretato da Bava Beccaris e il sindaco Bossi, nella evidente preoccupazione di tutelare il buon nome dei suoi concittadini e di tranquillizzare il sottoprefetto, sottolineava l’operosità dei cuggionesi, estranei a qualunque idea sovversiva, e scriveva:

 

 

 

Le condizione economiche delle classi lavoratrici sono in questo comune generalmente buone. Le famiglie dei contadini, in specie nella grandissima maggioranza, possiedono qualche risparmio che non di rado arriva a parecchie migliaia di lire, per lo più in libretti di risparmio, frutto dello spirito d’intraprendenza che anima questi terrieri, i quali per la loro laboriosità e per una speciale attitudine ai lavori faticosi inerenti alle pubbliche costruzioni di ferrovie, ponti, miniere, si conquistarono una certa nomea, talché la loro opera è sovente richiesta per imprese di pubbliche costruzioni, per lavori tanto in Italia che all’estero. Al benessere relativo contribuì moltissimo l’emigrazione temporanea alle Americhe, ove trovavano occupazione nei lavori minerari, retribuite con mercedi molto superiori a quelle sperabili in patria. Prova a tale benessere ne è il capitale abbastanza vistoso depositato presso la locale cassa filiale di risparmio (oltre 3 milioni) pressoché tutto appartenente alle famiglie dei contadini ed il continuo aumento del numero delle piccole proprietà fondiarie, venendo in parte i risparmi impiegati in acquisto di terreni che si coltivano dagli stessi acquisitori e loro famiglie [1] .

 

 

La relazione del sindaco Bossi non è certo l’unica testimonianza che ci parla della diffusa pratica migratoria dei cuggionesi. Di queste testimonianze ne esistono parecchie altre, ma quella del Bossi ci pare particolarmente interessante, in quanto ci presenta una figura dell’emigrante assai lontana dallo stereotipo del contadino miserabile, che, costretto dalla miseria, abbandona il proprio paese per approdare, ancor più solo e sradicato, in un ambiente nuovo ed ostile, divenendo facile preda di spregiudicati sfruttatori.

L’emigrante cuggionese - ma il discorso lo possiamo estendere ai tanti emigranti inverunesi, robecchettesi, bernatesi e turbighesi - non è dunque il disperato che viene a trovarsi in situazioni che non padroneggia né rientra nei canoni di quella letteratura sull’emigrazione, che potremmo definire vittimistica o filialpietista, come ama dire il professor Vecoli.

L’emigrante cuggionese - e non abbiamo motivo di dubitare della realistica rappresentazione che ne fa il sindaco Bossi - è una sorta di professionista del lavoro migrante, è addirittura un pendolare che si muove regolarmente e con sicurezza tra il proprio paese e il continente americano e che in modo molto pragmatico e sulla scorta di una collaudata strategia familiare ove sono soppesati i costi e i benefici, utilizza razionalmente le opportunità offerte dal mercato del lavoro americano e le piega ai suoi progetti.

L’esperienza migratoria dei cuggionesi era d’altronde di vecchia data, e si era consolidata già nei decenni preunitari, quando - come abbiamo ascoltato dalla relazione di Scotti - Ercole Belloli li coinvolse nella sua attività imprenditoriale, impegnandoli nei cantieri nazionali ed europei ove si costruivano ferrovie e si realizzavano importanti opere pubbliche. Una esperienza, quella, che si rivelò come utilissima propedeutica, sviluppata poi nel corso degli anni successivi come pratica sempre più diffusa, tanto da coinvolgere quote sempre più consistenti di popolazione del paese. Ed a riprova di ciò ci soccorre la testimonianza di Rinaldo Anelli. Il parroco di Bernate, nella sua monografia dedicata alle classi agricole del circondario di Abbiategrasso, poi inserita nei volumi dell’inchiesta agraria Jacini, si soffermava infatti sulle pratiche migratorie dei cuggionesi e scriveva:

 

Il comune di Cuggiono è quello che in tutto il circondario dà il maggior numero di emigranti temporanei; non meno di 900 uomini e giovinotti partono ogni anno nel mese di febbraio per la Francia o per la Germania, o per dove insomma sanno esservi lavoro e là si fermano fino alla fine di ottobre, nella qual epoca ritornano portando a casa discrete somme di denaro [2]

 

Nel corso degli anni ‘60, accanto ai tradizionali flussi migratori di carattere stagionale cominciarono però ad affiancarsi destinazioni di tipo nuovo; destinazioni che avevano come meta soprattutto l’Argentina, e chi partiva dirigendosi verso il continente latino-americano lasciava nella maggior parte dei casi il proprio paese in modo definitivo. Ad aprire queste nuove rotte furono soprattutto i contadini lombardi e in prima fila troviamo i coloni dei nostri paesi e della campagna gallaratese. Esodi piuttosto consistenti - bisogna dire - che suscitarono tra i proprietari grande allarme e non poche preoccupazioni. Chi manifestò in modo aperto e non senza clamore queste preoccupazioni fu Ercole Lualdi, un industriale cotoniero di Busto Arsizio, deputato al parlamento nazionale. Lualdi, intervenendo alla camera nella seduta del 30 gennaio 1868 mentre si discuteva il bilancio del Ministero di agricoltura, industria e commercio, si rivolse al governo per denunciare un fenomeno dalle dimensioni, a suo dire, «veramente rattristanti», ed a sostegno di ciò menzionava le migliaia di contadini del suo collegio fuggiti in America; svolgendo la sua interpellanza chiedeva poi al Ministero che indagasse sulle cause di tale movimento, «per vedere - dichiarava - se si può diminuirne le proporzioni», poiché, asseriva ancora il deputato bustese,

 

non è confortante né è buono per la causa politica del nuovo regno d’Italia il fenomeno a cui tristamente assistiamo di moltissimi cittadini costretti dalla fame ad emigrare. Né pensi la Camera - proseguiva affermando - che sia per vaghezza di far fortuna se questa gente espatria. Questa gente se ne va piangendo e maledicendo ai signori e al governo. Sono terribili imprecazioni che contristano chiunque le oda [3] .

 

Lualdi metteva dunque in evidenza il carattere sostanzialmente contestativo di quei primi esodi (i contadini che partivano maledicendo i signori e il governo), causa la miseria e le condizioni di vita insopportabili.

Un linguaggio crudo, quello dell’industriale bustese, spiccio e persino un po’ brutale per la rude franchezza del tono, ben diverso da quello rassicurante e positivo usato dal sindaco Bossi: ambedue si soffermavano sullo stesso problema, ma gli approcci apparivano oltremodo distanti. Bisogna però precisare che l’interpellanza del Lualdi e la perorazione del sindaco di Cuggiono erano separate da alcuni decenni di distanza, un lasso di tempo in cui la questione migratoria aveva preso l’abbrivio di un lungo e contrastato dibattito, nel quale s’erano affacciati interpretazioni e punti di vista diversi. Alla sequela di recriminazioni e di censure alle quali aveva dato la stura l’interpellanza parlamentare del Lualdi, era poi subentrato un atteggiamento di fatalistica accettazione del fenomeno, tradotta, in successione, nella manifesta approvazione di Sidney Sonnino e di Luigi Einaudi, apologeti dichiarati della pratica migratoria. Se per l’esponente politico toscano le fughe dalle campagne costituivano una insperata «valvola di sicurezza», utile a contenere e a stornare la protesta sociale, per lo studioso piemontese l’emigrazione, con la promozione delle numerose colonie stanziate nel continente americano, rappresentava una realtà positiva, fautrice di espansione commerciale e di penetrazione dei manufatti industriali nei mercati del nuovo mondo [4] .

L’imponente fenomeno migratorio che ha segnato la storia dell’Italia moderna fu ad ogni modo vicenda complessa, ed allora come oggi, si presenta agli studiosi come un dramma dalle molte facce, suscettibile di diverse letture.

 

Intanto le fughe dalle campagne, lungi dallo spegnersi, divennero col tempo sempre più consistenti, per diventare fenomeno incontenibile ed allarmante nel corso degli anni ‘80, inizio di quella che, per definizione, è stata chiamata la “grande emigrazione” per eccellenza: un movimento che nell’arco di un quarantennio (a partire cioè dal 1876, anno in cui si cominciò ad effettuare un primo censimento degli espatri) fino alla vigilia della prima guerra mondiale ha visto espatriare ben 14 milioni di italiani, di cui 5.700.000 approdati negli Stati Uniti [5] .

A pagare un alto tributo migratorio furono anche i paesi del mandamento di Cuggiono. Le dimensioni dell’esodo sono nelle statistiche ministeriali e presentano, per quanto riguarda gli espatri avvenuti nel periodo 1882-1889, il numero complessivo di 5621 partenze, di cui 1598 nella sola Cuggiono [6] . Un fenomeno dalle dimensioni notevoli, se consideriamo che la popolazione complessiva del mandamento era allora di circa 30.000 abitanti. E risulta ancor più notevole se pensiamo che quelle cifre erano decisamente sottostimate, poiché prescindevano dalla robusta componente di emigrazione clandestina e dai tantissimi emigranti che partivano dai porti esteri - Le Havre, soprattutto - e non conteggiati [7] . Cuggiono, che registrava ogni anno un preoccupante decremento della popolazione residente, annoverava all’estero alla vigilia della prima guerra mondiale ben 2500 emigranti, 2000 dei quali, come testimonia il parroco di allora, residenti in America e 500 sparsi nei vari paesi del nord Europa [8] .

Si emigrava anche - è il caso di ricordarlo - per sfuggire alla lunga e pesante leva militare e la documentazione che sta nei nostri archivi comunali contiene numerosissimi elenchi di giovani che espatriavano per sottrarsi a questo obbligo, imbarcandosi per l’America.

La renitenza alla leva, attuata con l’espatrio, suscitò non poche preoccupazioni e  mise in frequente allarme anche le autorità di governo: «L’emigrazione di coloro che sono vincolati al servizio militare (così il sottoprefetto di Abbiategrasso in una delle tante circolari dello stesso tenore diramata ai sindaci del circondario nella primavera del 1888) si mantenne continua ed estesa, poiché ricorrono all’emigrazione clandestina, prendendo imbarco in porti esteri»; ed alla deplorazione seguiva l’invito rivolto agli amministratori locali affinché si impegnassero ad una maggior vigilanza al fine di  stroncare una diserzione che tendeva a consolidarsi e a diventare una pratica di massa [9] .

 

Ma per comprendere le ragioni che spinsero milioni di uomini e di donne a dare con l’espatrio una svolta così radicale alla loro vita, dobbiamo necessariamente far riferimento all’Italia di quel tempo, volgendo però lo sguardo anche ai paesi d’arrivo, alla società nordamericana in primo luogo, e ai caratteri attrattivi della sua economia.

Possiamo comunque preliminarmente affermare che la grande emigrazione italiana (ma il discorso vale in generale anche per l’emigrazione europea sviluppatasi lungo tutto il corso dell’800) va inquadrata nel contesto della grande trasformazione capitalistica, segnata - in una situazione di espansione demografica - dal decollo della produzione industriale, che impose, con il ridimensionamento del ruolo dell’agricoltura, un drastico sfoltimento della popolazione rurale che su di essa era occupata.

L’Italia, al momento della conquista dell’indipendenza e dell’unificazione territoriale, non poteva certo dirsi un paese progredito; possiamo anzi dire che era un paese decisamente arretrato, sia dal punto di vista economico, che sul piano civile; una arretratezza che si esprimeva d’altronde con indicatori molto eloquenti; dalle aspettative di vita mediamente molto basse (40 anni per gli uomini, 34/35 per le donne); ad un’altissima mortalità infantile (5 bambini su 10 morivano senza aver raggiunto il quinto anno d’età); per non parlare poi dell’analfabetismo, calcolato intorno al 74%; e così per le situazioni abitative ed ambientali impregnate di morbilità e ad alto rischio patogeno. Si pensi alle numerose e vaste aree malariche del paese; alle periodiche epidemie di colera, alla endemia pellagrosa che devastava la vita delle popolazioni del centro-nord d’Italia; si pensi infine alla malnutrizione e alla denutrizione croniche cui erano soggette le popolazioni contadine.

Né poteva dirsi rassicurante la situazione sul piano economico generale: l’Italia era allora un paese eminentemente agricolo ed il 70% della popolazione attiva era occupata nelle attività rurali. Ma era, salvo alcune positive eccezioni, un’agricoltura in buona misura premoderna, precapitalista, con indici di bassa produttività, che a malapena garantivano la sussistenza di una popolazione fortemente addensata e tendeva a premiare più la rendita che gli investimenti e i profitti.

Sul versante finanziario vi era poi uno stato fortemente indebitato. I nuovi governi della Destra, oltre ai costi della guerra e all’assunzione delle passività dei vecchi stati regionali, s’erano fortemente esposti con nuovi prestiti, contratti soprattutto sulle piazze francesi e reperiti per finanziare la costruzione delle ferrovie nazionali. In tale situazione i governi reagirono, come è noto, col varo di una politica tributaria fortemente onerosa. Si pensi all’imposta sulla ricchezza mobile che colpiva le attività commerciali e industriali; si pensi soprattutto alla odiosissima imposta sul macinato (l’imposta che costò lacrime e sangue), che colpiva tutti i cereali, che costituivano - soprattutto il mais - la base alimentare delle classi popolari [10] .

D’altra parte, neppure quando alla fine si raggiunse faticosamente il pareggio di bilancio, la situazione - soprattutto per quanto atteneva le condizioni di vita delle classi popolari - mutò granché.

La situazione generale non era delle più propizie e l’economia europea, a partire dal 1873, era entrata in una fase di grave recessione, una recessione riconducibile essenzialmente ad un eccesso di capacità produttiva. Era l’inizio della “grande depressione”, quel ciclo economicamente negativo, che si sarebbe prolungato con fasi alterne, sin quasi alla fine del secolo [11] . Era, come è stato da più parti riconosciuto, la prima classica crisi di un capitalismo approdato nella fase di maturità, una crisi determinata da una abbondanza di merci, manufatti e capitali, sviliti nei prezzi ed irretiti in un mercato nazionale ormai saturo. Ne seguì una ricerca affannosa di nuovi sbocchi, una ricerca che verrà poi perseguita, manu militari, nella corsa verso le colonie e nella costruzione dei grandi imperi mercantili. Il corollario fu la svolta protezionistica, che pose fine alle pratiche libero-scambiste della circolazione delle merci e della libera concorrenza. Ma se nei paesi europei industrialmente avanzati la depressione si manifestò con una caduta dei prezzi dei manufatti industriali, in Italia il fenomeno assunse essenzialmente le forme di una gravissima crisi agraria, causata da una vertiginosa caduta dei prezzi delle derrate agricole. Il crollo derivò, come è noto, dall’ingente afflusso dei grani americani, prodotti nelle nuove terre vergini e trasportati a costi notevolmente ribassati in virtù della navigazione a vapore.

Nel tentativo di reggere ai prezzi concorrenziali dei cereali americani, una minoranza di agricoltori puntò sulla trasformazione foraggera e sulla meccanizzazione, introducendo le macchine agricole, altri, e furono sicuramente i più, cercarono riparo sotto l’ala protettiva dei dazi doganali e imponendo ai propri contadini (col pane che era diventato artificialmente più caro) un inasprimento delle relazioni di lavoro e dei regimi contrattuali. Ai contadini, oberati da patti sempre più pesanti e vessatori, non restò che la ribellione; una ribellione che nel corso degli anni ‘80 e ‘90 percorse endemicamente le campagne d’Italia, non risparmiando neppure la Lombardia [12] . Ed anche gli esodi di massa, che non a caso si intensificarono proprio nel corso di quella congiuntura, furono indirettamente una forma di protesta e di ribellione.

 

Ed è proprio agli inizi degli anni ‘80 che ripresero a partire anche i cuggionesi, e lo fecero inaugurando le nuove rotte per l’America. Puntarono sugli Stati Uniti, ma non si fermarono a New York, come facevano i più, preferendo invece inoltrarsi nelle regioni dell’interno. Alcuni si urbanizzarono a Detroit, adattandosi prima ai più disparati mestieri ed impiegandosi poi nei centri siderurgici della Ford; altri preferirono dirigersi verso i centri minerari di Iron Mountain; altri ancora approdarono invece a Herrin e a Joliet, nell’Illinois, mentre consistenti contingenti di castanesi, magnaghesi e lonatesi optarono per la California, fondando le colonie stabili di St. Raphael e di San Luis Obispo; altri ancora si spinsero a nord della costa occidentale, organizzandosi nella comunità di Walla Walla nello stato di Washington.

Il contingente più numeroso, composto da cuggionesi ed inizialmente orientato verso le miniere di piombo del Missouri, optò invece (forse allettato da più alti salari) per St. Louis, nel Missouri, costituendo così il primo nucleo di una colonia lombarda che si sarebbe nel corso degli anni progressivamente sviluppata con l’arrivo di altri immigrati provenienti dai paesi del mandamento [13] .

Centro di grandi traffici fluviali, St. Louis era per molti versi ancora una città francese, con una tradizione cosmopolita e multietnica, che nel passato aveva anche accolto esperimenti comunitari fondati su un forte spirito egualitario. Una città accogliente, dunque, assai diversa dagli ambienti sicuramente più ostili delle grandi città della costa orientale. Nella città, dove nei decenni precedenti si erano già stanziati gruppi di genovesi esercitando attività di piccolo commercio, vi era anche una numerosa comunità di tedeschi, che non mostrò però di gradire l’arrivo dei nuovi venuti, ma i nostri compaesani, che avevano trovato subito lavoro nelle cave d’argilla e nelle fornaci di mattoni, decisero di fermarsi. Si stabilirono a Cheltenham, una zona situata a sud-ovest della città, e che i nativi battezzarono subito con un termine spregiativo Dago Hill, la collina degli italiani, e Dago Hill rimase, così come ancor oggi viene denominata. La colonia, da sparuti gruppi di pionieri, divenne quindi nello spazio di alcuni decenni una solida e ben organizzata comunità di 3200 abitanti, composta per 2/3 da lombardi e da 1/3 da siciliani, sopraggiunti più tardi. Il sobborgo di Dago Hill, scriveva Amy Bernardy colpita dalla singolarità del quartiere composto da ordinate casette di legno con verande fiorite è,

 

un vero ed esemplare villaggio italiano, nonostante i suoi 18 saloni, dove specie  tra i settentrionali, si fa un consumo enorme di birra. Però non succede mai questione o fermento: tutt’al più si levano canti a squarciagola nelle sere domenicali, quando, essendo chiusi i saloni si provvede il “keg” di birra in precedenza e gli si dà la stura nella iarda [14] .

 

Dietro gli aspetti positivi delineati dalla Bernardy, c’erano - va detto - i conflitti regionali tra lombardi e siciliani che dividevano la comunità. La società di mutuo soccorso denominata Nord Italia Americana, escludeva tassativamente l’adesione dei siciliani, un sentimento peraltro ricambiato dai meridionali e ben espresso anche da un periodico locale, il quale non perdeva occasione per mettere alla berlina la rozzezza e l’analfabetismo dei lombardi [15] . E questo regionalismo spinto, talvolta venato di razzismo lo riscontriamo in tutte le comunità italiane. La società di mutuo soccorso di Detroit, fondata dai cuggionesi, non si peritava di nascondere la propria avversione per i connazionali del Meridione d’Italia e nello statuto rimarcava che al sodalizio poteva aderire «qualunque lombardo di sesso maschile o discendente di genitori lombardi e che sia di razza bianca» [16] .

 

Ci furono, dunque, per tornare alle cause generali di quelle prime ondate migratorie, pesanti fattori espulsivi, rappresentati da una miseria divenuta insostenibile e solo in un secondo tempo le vittime sacrificali di quella pesante congiuntura affinarono, come da tempo avevano fatto i cuggionesi, delle vere e proprie strategie migratorie.

Intanto però pagavano un prezzo assai pesante. Lo pagavano in primo luogo a quell’esercito di agenti e subagenti (in Italia se ne calcolarono più di 20.000), che con il riconoscimento della legge Crispi, cominciarono a fare incetta di emigranti per conto delle compagnie di navigazione e delle compagnie ferroviarie e minerarie nordamericane. L’emigrazione divenne allora un grande affare che si tinse frequentemente di dramma e di sinistri aspetti speculativi.

Sui raggiri di cui furono vittime i contadini italiani ne sono piene le cronache del tempo e se ne potrebbe fare un lungo elenco. Per tutti valga la vicenda legata ad un progetto di colonizzazione agricola in Messico che coinvolse diverse centinaia di contadini lombardi.

Il progetto varato dal governo messicano prevedeva la creazione di 6 colonie da insediarsi negli stati di Morelos, di Puebla e di San Luis Potosi. Per l’ingaggio dei coloni le autorità messicane si affidarono ad agenti di emigrazione genovesi e livornesi. Costoro valendosi dell’opera di spregiudicati faccendieri attivarono nei paesi del Legnanese (soprattutto a San Vittore, Solbiate e Olgiate Olona) una campagna di reclutamento in grande stile, promettendo ai contadini favolosi e rapidi guadagni. Riuscirono alla fine a reclutarne circa 600. Inutile dire a quale amara disillusione andarono incontro. Partiti da Legnano per Genova nel gennaio 1882 e imbarcati per Vera Cruz, dovettero poi affrontare un terribile viaggio, durante il quale trovarono la morte per dissenteria 12 bambini. Il progetto di colonizzazione, com’era naturalmente da prevedersi, varato con superficialità dal governo messicano e ancor peggio gestito, si concluse poi con un sostanziale fallimento e con la rovina dei contadini adescati dagli speculatori [17] .

Per quanto riguardava la politica migratoria, lo Stato era invece completamente assente ed anche la prima criticatissima legge varata da Crispi nel 1888 mosse dalla preoccupazione di tutelare un ordine pubblico minacciato piuttosto che ad assicurare forme di assistenza.

Un approccio più corretto con il problema venne soltanto con l’approvazione della legge 31 gennaio 1901, voluta soprattutto da Luigi Luzzatti e da Edoardo Pantano. La legge, oltre a sopprimere la funzione degli agenti di emigrazione, istituiva il Commissariato generale dell’emigrazione posto alle dipendenze del Ministero degli esteri con funzioni di assistenza e di controllo; stabiliva il prezzo massimo dei noli e controllava mediante il rilascio di una patente, l’attività degli armatori, affidando ai comitati comunali la vigilanza sulla vendita dei biglietti d’imbarco. Una legge sicuramente migliorativa rispetto al passato, ma gli effetti positivi cominciarono a delinearsi solo alcuni anni più tardi [18] . Nel frattempo chi pensava ad assicurare un minimo di assistenza erano la Chiesa, con l’ordine degli scalabriniani in prima fila, ed alcuni sodalizi d’orientamento massonico e socialista, come l’Umanitaria di Milano.

Se le campagne italiane tendevano ad espellere quote consistenti di popolazioni contadine divenute esuberanti, viceversa il continente americano esercitava una irresistibile forza d’attrazione. L’America era vista e decantata come la terra delle grandi opportunità e dei rapidi arricchimenti e sull’onda di questo mito, costruito da una propaganda battente ed incessante, si sviluppò un crescendo di esaltazione collettiva. Se sull’economia europea continuavano a gravare gli effetti della grande depressione, viceversa l’economia americana attraversava in quel periodo una fase di straordinaria espansione. Con la fine della guerra civile  era innanzitutto ripresa con slancio la corsa alla colonizzazione delle terre ad ovest del Mississippi. Era la corsa verso la mitica frontiera celebrata da Frederick Turner, quella linea mobile che avanzava trasformando gli europei in americani e riempiva lo spazio vuoto di colonie di popolamento favorite dalla legge voluta da Lincoln, l’Homestead act (letteralmente, casa con terreno annesso), che prevedeva l’assegnazione della terra ad un prezzo puramente nominale. Terre che si rivelarono poi fertilissime e gestite con una meccanizzazione (la celebre mietitrebbia Mc Cormick) che in Europa era pressoché sconosciuta.

Ma la grande rivoluzione avvenne sicuramente nel campo dei trasporti: si pensi ai battelli a vapore che da New Orleans risalivano il Mississippi e ai traffici commerciali che si svilupparono su quella importante linea fluviale. Ma più ancora si consideri l’impulso che ebbe il trasporto ferroviario. «La storia economica americana - ha scritto Joseph Schumpeter - può essere scritta come storia delle costruzioni ferroviarie e dei loro effetti» [19] . Nel 1869 la Central Pacific e la Union Pacific aprirono ai traffici la prima grande linea ferroviaria che attraversava da est a ovest il continente americano. Seguirono nello spazio di pochi anni l’ultimazione della Northern Pacific che attraversava le regioni a nord degli Stati Uniti e la Southern Pacific negli stati del sud. Nel 1909 il continente americano era intersecato da una fittissima rete ferroviaria, lunga complessivamente 240.000 miglia, tutta realizzata da compagnie private con il generoso sostegno della stato federale [20] .

La grande espansione economica del paese nordamericano si giovò nondimeno di una forte spinta alla innovazione tecnologica, ispirata alla standardizzazione produttiva e alla intercambiabilità delle singole parti di una macchina che consentiva di sostituire il tradizionale montaggio ad alto contenuto di specializzazione con il semplice assemblaggio eseguito da operai generici. E così nel campo dell’organizzazione scientifica del lavoro, dapprima sperimentata nei mattatoi di Chicago [21] e poi messa a punto da Henri Ford con la catena di montaggio, organizzata secondo il criterio di far muovere il lavoro, tenendo fermo l’operaio su un’unica e ripetitiva mansione.

Le cause che mossero il grande movimento migratorio dall’Italia e dal sud d’Europa, sono quindi da ricondurre nel contesto di questa nuova, dinamicissima economia.

Il lavoro industriale era stato enormemente semplificato ed i padroni americani tendevano ad accantonare il tradizionale lavoro specializzato, appannaggio delle maestranze d’origine inglese e tedesche, per sostituirlo con manovalanza generica. Rigidamente protezionisti per quanto riguardava la importazione delle merci straniere, erano però altrettanto rigidamente attestati sul principio della libera circolazione della manodopera. Essi volevano soprattutto manovalanza generica, sindacalmente docile e sprovveduta e misero in campo tutto il loro potere e la capacità d’iniziativa per favorire l’afflusso di lavoratori italiani.

Chi contrastò fieramente questa politica migratoria furono invece - e la cosa può forse sorprendere - le Unioni operaie, inquadrate nella Federazione americana del lavoro di Samuel Gompers [22] . Era - il sindacato di Gompers - un sindacato esclusivo, fortemente corporativo, sempre teso a tutelare gli interessi della manodopera qualificata che rappresentava, e guardava agli immigrati analfabeti e sprovveduti che provenivano dall’Italia come a dei temibili concorrenti, fautori di un abbassamento dei salari e propensi al crumiraggio. Non a caso i sindacati americani, con Gompers in testa, furono i principali ispiratori di tutte le leggi restrizioniste varate dal Congresso americano e che a partire dal 1882-85, fino ai provvedimenti del 1921-24, scandirono, nel tentativo di limitarle sempre più, le correnti migratorie che provenivano da oltre Atlantico [23] .

Non ebbero dunque vita facile i nostri emigranti e non l’ebbero neppure i cuggionesi, per quanto avvezzi e consumati fossero. L’ambiente era spesso ostile e gli italiani dovettero subire un ostracismo alimentato da una vulgata che arrivò a qualificarli come “popolo indesiderabile” per eccellenza. Una ostilità xenofoba, spesso alimentata dai fautori della purezza nativista, che si fondava sugli stereotipi più vieti e volgari e che si manifestava col volto sinistro del Ku Klux Klan, oppure ancora, come accadde coi noti fatti di New Orleans e di Tallulah e in tanti altri luoghi, nella forma violenta della giustizia sommaria e del linciaggio [24] .

Tra le tante critiche che l’opinione conservatrice americana rovesciò sui nostri connazionali spiccava quella che accusava gli italiani d’essersi eccessivamente inurbati, adattandosi a vivere nei quartieri degradati delle grandi città, rifiutando il lavoro nell’agricoltura a loro più congeniale. La critica a prima vista poteva sembrare anche fondata, se consideriamo che la maggior parte dei nostri emigranti erano appunto contadini. Ci si dimenticava però del fatto che quando gli italiani giunsero in America la colonizzazione della frontiera s’era ormai conclusa e che le poche terre disponibili, per lo più di proprietà delle compagnie ferroviarie, erano terre tra le più povere e marginali, acquistabili oltretutto a caro prezzo. Per impiantare una azienda occorrevano dei capitali che i nostri emigranti non possedevano, dacché partivano dall’Italia con somme modeste, talvolta appena bastanti per il viaggio. Un progetto di colonizzazione agricola per essere attuato, così com’era stato per i contadini tedeschi e scandinavi, aveva bisogno del sostegno politico e dei capitali della madre patria,  che per gli italiani non ci furono mai; e i pochi episodi in cui i nostri contadini furono coinvolti in progetti di colonizzazione, come quello legato alla vicenda dei contadini veneti trasportati in Brasile nelle piantagioni di caffè, si rivelarono poi dei tragici fallimenti [25] . Occorre però aggiungere che anche i nostri contadini, imbarcandosi per l’America, non pensavano di esercitare il lavoro svolto in patria: molti dei nostri emigranti, così com’era nella tradizione, erano “uccelli di passaggio”, pensavano cioè a soggiorni temporanei, il tempo necessario per accumulare un piccolo capitale ( e quasi sempre lo fecero a costo di privazioni incredibili), un capitale - pensavano - che doveva essere investito in patria, con l’acquisto della terra e della casa. Molti dei nostri connazionali trasformarono poi, quello che doveva essere un soggiorno temporaneo, in residenza definitiva, trovando occupazioni ben remunerate, ma ciò non smentisce quanto detto.

Dinanzi  a questa ostilità diffusa, gli immigrati italiani fecero allora gruppo, rifugiandosi nella calda paesanità dei loro circoli e delle numerose società di mutuo soccorso disseminate nelle tante città degli Stati Uniti. Le Piccole Italie offrivano una rassicurante protezione e la sensazione di “essere a casa”, ma tendevano inevitabilmente ad assumere le forme del ghetto; si conservavano le tradizioni e gli idiomi locali, ma con la tutela della specificità etnica e linguistica si perpetuavano nel contempo situazioni di deplorevole isolamento.

Fuori dai ghetti urbani delle grandi città, c’era il lavoro nelle ferrovie, lavoro massacrante e svolto in luoghi di estrema inospitalità. Oppure, come scelse la maggior parte dei nostri compaesani, c’era il lavoro in miniera. Lavoro ben pagato, ma svolto in condizioni durissime e frequentemente esposto alla violenza dei sorveglianti, inclini a considerare i liberi lavoratori alla stregua di schiavi, irretendoli, come accadde in non pochi casi, in situazioni di peonage o lavoro coatto [26] . Il lavoro in miniera era anche oltremodo pericoloso. Le compagnie proprietarie non si curavano della sicurezza, considerandola un problema degli operai: da qui il lungo, interminabile elenco di incidenti mortali che coinvolsero molti italiani, come anche diversi nostri concittadini di Cuggiono, di Turbigo, di Robecchetto, di Magnago e dei quali gli archivi conservano ancora una dolorosa memoria.

Oggi, nel momento in cui ci stiamo trasformando in paese importatore di manodopera straniera, riscopriamo, forse tardivamente, le vicende legate alla nostra emigrazione nazionale. Una storia vissuta nel silenzio, fatta di oscuro eroismo e con i tratti dell’epopea, dove i successi, che non mancarono, si sono talvolta intrecciati con le stigmate del dramma, fatto di duro lavoro, di sfruttamento, di umiliazioni e di lancinanti spaesamenti, culminati talvolta nella follia. Una storia, che per un sentimento di vergogna e un malinteso senso della dignità, è stata a lungo rimossa o penosamente alterata nel suo significato. Ma l’Italia di oggi, con i livelli di benessere raggiunti e i traguardi economici conseguiti non sarebbe nemmeno lontanamente pensabile senza quella storia. Abbiamo quindi un debito nei confronti dei nostri emigranti, e il modo migliore per onorarlo può essere quello di indagare questa storia, di studiarla, di conoscerla e di accettarla finalmente senza remore, poiché - ci piaccia o meno - è stata un grande evento e resta parte integrante della storia del nostro Paese.

 

 

 

 

 


(*) Ecoistituto della Valle del Ticino

[1] Archivio comunale di Cuggiono, cart. 54, fasc. 2, Lettera riservata del sindaco Luigi Bossi alla Regia sottoprefettura di Abbiategrasso, 4 giugno 1898.

[2] Rinaldo Anelli, La classe agricola nel circondario di Abbiategrasso; sta in: Atti della Giunta per l’inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, vol. VI, fasc. II, Roma, 1882.

[3] Atti parlamentari, tornata del 30 gennaio 1868.

[4] Luigi Einaudi, Un principe mercante Studio sulla espansione coloniale italiana, Bocca, Torino, 1900;  Una rassegna delle diverse posizioni che animarono il dibattito sull’emigrazione, sta in: Fernando Manzotti, La polemica sull’emigrazione nell’Italia unita fino alla prima guerra mondiale, in: Nuova rivista storica, Maggio-Agosto 1962, Settembre-Dicembre 1962, Gennaio-Aprile 1963.

[5] Sulla “grande emigrazione” esiste ormai una letteratura abbondante: ci limitiamo a segnalare alcune  opere di recente pubblicazione che ci offrono una trattazione di carattere generale; Emilio Franzina, Gli italiani al nuovo mondo L’emigrazione italiana in America 1492-1942, Mondadori, Milano, 1995; Comitato nazionale “Italia nel mondo”, Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi, Emilio Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana Partenze, Donzelli, Roma, 2001; degli stessi curatori: Storia dell’emigrazione italiana Arrivi, Donzelli, Roma, 2002.

[6] Ministero di agricoltura, industria e commercio (Maic), Statistica della emigrazione italiana per gli anni 1884 e 1885, Roma, 1886, pp 48-50; Maic, Statistica della emigrazione italiana, anno 1886, Roma,1887, p 19; Maic, Statistica della emigrazione italiana nell’anno 1887, Roma, 1888, p 17; Maic, Statistica della emigrazione italiana avvenuta nell’anno 1888, Roma, 1889, pp 64-65; Maic, Statistica della emigrazione italiana avvenuta nell’anno 1889, Roma, 1890, p 17 (elaborazione dell’autore).

[7] Sul fenomeno dell’emigrazione clandestina si veda: Paolo Borruso, Note sull’emigrazione clandestina italiana (1876-1976), in: Giornale di storia contemporanea, n 1, 2001.

[8] Archivio parrocchiale di Cuggiono, questionario della visita pastorale, anno 1914.

[9] Archivio comunale di Magnago, cart. 48, fasc. 27, Circolare del sottoprefetto di Abbiategrasso ai sindaci del circondario, 17 aprile 1888.

[10] Per un inquadramento generale della realtà italiana di allora, si rimanda al lavoro sempre valido di Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna La costruzione dello stato unitario 1860-1871, vol. V, Feltrinelli, Milano, 1975; Sulla tanto dibattuta questione ferroviaria si veda: Gino Luzzatto, L’economia italiana dal 1861 al 1894, Einaudi, Torino, 1968, pp 7-64.

[11] Maurice Dobb, Problemi di storia del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1972, pp 341-361; Valerio Castronovo, Storia d’Italia Dall’Unità a oggi, La storia economica, vol. quarto, Einaudi, Torino, 1975, pp 92-96.

[12] Franco Della Peruta, Il movimento contadino nell’alto Milanese (1885-1889), in: Storia in Lombardia, 1984, n 3; sullo stesso numero della rivista si vedano anche i saggi di: Maria Luisa Betri, La Boi nel Cremonese, Alberto De Bernardi, Le trasformazioni della società rurale e la nascita del movimento contadino; ed ancora: Il movimento contadino nel Mantovano dal 1886 al movimento de la Boi, in: Movimento operaio, maggio-agosto 1955, nn 3 e 4.

[13] Gary Mormino, La collina sulla città: evoluzione di una comunità italo-americana a St Louis 1882-1950, in: Storia urbana, luglio-settembre 1981.

[14] Amy A. Bernardy, Sulle condizioni delle donne e dei fanciulli negli Stati del Centro e dell’Ovest della Confederazione del Nord-America, in: Bollettino dell’emigrazione, anno 1911, n 1, p 19.

[15] Il periodico era il Pensiero, giornale d’orientamento mazziniano ed era diretto da Luigi Carnovale; dello stesso si veda: Il giornalismo degli emigrati italiani nel nord America, Chicago, 1909

[16] Costituzione della Società di Mutuo Soccorso Lombarda di Detroit, Mich.  Statuto, art. 2, in : Museo storico civico cuggionese.

[17] Sull’incetta degli emigranti si veda: A. Caccianiga, Agenti provocatori dell’emigrazione svelati al popolo delle campagne, in: L’Italia agricola, 30 aprile 1877; Sulla vicenda dei contadini lombardi reclutati per un progetto di colonizzazione in Messico: Egisto Rossi, La colonizzazione e le colonie italiane nel Messico, in: Bollettino dell’emigrazione, anno 1903, n 6; ed anche: L’emigrante, 6 febbraio 1882.

[18] Cfr. Maria Rosaria Ostuni, Momenti della “contrastata vita” del Commissariato generale dell’emigrazione (1901-1927), sta in: Gli italiani fuori d’Italia Gli emigrati italiani nei movimenti operai dei paesi d’adozione (1880-1940), a cura di Bruno Bezza, Angeli, Milano 1983.

[19] La citazione è tratta dal bel volume di Pier Angelo Toninelli, Nascita di una nazione Lo sviluppo economico degli Stati Uniti (1780-1914), Il Mulino, Bologna, 1993, p 134.

[20] Cfr. Pier Angelo Toninelli, Nascita di una nazione, cit; si veda anche: Leo Huberman, Storia popolare degli Stati Uniti, Einaudi, Torino, 1977.

[21] “L’inferno dantesco” dei mattatoi di Chicago è descritto da Upton Sinclair, La Giungla, Mondadori, Milano, 1983, pp 57-69.

[22] Un profilo di Samuel Gompers è in: Renato Monteleone, Sam Gompers: profilo di un “Jingo” americano, Movimento operaio e socialista, 1976, nn 1-2.

[23] Giuseppe Prato, Il protezionismo operaio L’esclusione del lavoro straniero, Tip. Artigianelli, Torino, 1910.

[24] Sulla pratica dei linciaggi si veda: Patrizia Solvetti, Corda e sapone Storia dei linciaggi degli italiani negli Stati Uniti, Donzelli, Roma, 2003.

[25] Si veda: Adolfo Rossi, Condizioni dei coloni italiani nello Stato di S. Paolo del Brasile, in: Bollettino dell’emigrazione, anno 1902, n 7; Emilio Franzina, Merica! Merica! Emigrazione e colonizzazione nelle lettere dei contadini veneti in America Latina 1876-1902, Feltrinelli, Milano,1979.

[26] Gerolamo Moroni, Il “peonage” nel Sud degli Stati Uniti, in: Bollettino dell’emigrazione, anno 1910, n 5.